Un momento della marcia su Roma

Quando, nel corso degli anni Sessanta, prese l’avvio in Italia una nuova storiografia sul fascismo – soprattutto per merito delle ricerche condotte da Renzo De Felice con indipendenza intellettuale non comune e con genuina curiosità scientifica – fra gli studiosi dominava pressoché incontrastata la convinzione che il fascismo non aveva avuto una propria ideologia; era stato, cioè, un movimento senza una propria visione della vita e della politica, senza un suo progetto di organizzazione della società e dello Stato. Se al fascismo si concedeva una qualche ideologia, era considerata ideologia di scarto o di seconda mano, mutuata dal movimento nazionalista, oppure era considerata ideologia esclusiva-mente «negativa» (antidemocrazia, antiliberalismo, antimarxismo, antiparlamentarismo ecc.) senza alcuna formulazione «positiva». L’ideologia fascista, insomma, era un coacervo di improvvisazioni demagogiche, di aspirazioni e di propositi velleitari o mistificatori, e comunque materia di scarsa o nessuna rilevanza per la conoscenza e la comprensione della realtà storica del fascismo.

L’indifferenza, se non addirittura l’avversione, per lo studio degli aspetti ideologici del fascismo era tale, che scarsa eco ebbero allora, nella storiografia italiana, gli studi di Ernst Nolte, Eugen Weber, George L. Mosse, James A. Gregor: studi fra di loro molto diversi per impostazione, metodo e interpretazione, e tuttavia concordi nel riconoscere l’esistenza di una ideologia fascista e nel ritenere che essa era aspetto non trascurabile della realtà storica del fascismo. Ancora all’inizio degli anni Settanta, erano rarissimi, almeno in Italia, gli storici i quali ritenevano che fosse utile e necessario, per comprendere storicamente il fascismo, prendere in esame non solo i fatti, le azioni, i risultati – considerati esclusivamente nel campo dei giochi politici e degli interessi di classe – ma fosse altresì necessario studiare gli atteggiamenti mentali, le credenze, i valori, i miti, le visioni del passato, le interpretazioni del presente, le aspirazioni del futuro. Il fascismo – era allora opinione della maggioranza degli storici – non meritava di essere studiato come si studiano altri movimenti politici, come il liberalismo, il socialismo, il comunismo, prendendolo cioè seriamente in considerazione anche come movimento di idee. Lo storico del fascismo doveva occuparsi solo dei «fatti», delle «azioni» e dei «risultati» e non anche delle «idee», delle «intenzioni» e dei «progetti». A sostegno di tale atteggiamento si citavano la discordanza fra ideologia e pratica politica, l’incoerenza programmatica, i cambi di rotta, gli adattamenti e i compromessi dopo la conquista del potere, il contrasto fra gli obiettivi dichiarati e i risultati effettivamente conseguiti, la sproporzione fra le ambizioni perseguite e l’esito fallimentare dell’esperienza fascista.

E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 4-5

2 pensieri su “Emilio Gentile: “Una nuova visione del fascismo”

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